Articolo n° 45
Nella gestione delle piccole risorse idriche destinate (forse anche impropriamente) a uso ittico, l'intervento umano diventa spesso fonte di danni anziché di miglioramento, specialmente quando è frutto di decisioni prese da chi, evidentemente, ignora i principi fondamentali di un ecosistema naturale. La cronaca dei due piccoli laghetti che costeggiano la pista ciclopedonale "Sentiero Valtellina" (in zona Tirano-Valchiosa) ci offre un 'caso studio' esemplare di come, talvolta, la posa in opera forzosa con ciottoli di fiume possa innescare una degenerazione biologica. I "laghetti putrefatti" - di cui mi accingo a descriverne uno perché l'altro versa in condizioni ancora peggiori - sono il risultato di interventi tecnici errati che han compromesso un ecosistema precedentemente migliore.
La genetica del danno: il fondo come trappola
Per anni, questo piccolo bacino ha funzionato in un equilibrio dinamico autosufficiente. Nonostante la portata idrica in ingresso — garantita da due condotte di sezione limitata e caratterizzata da un flusso lento e tranquillo — il sistema riusciva a mantenere una stabilità accettabile. L'assenza di un substrato complesso sul fondo permetteva alle correnti, seppur blande, di mantenere in sospensione i sedimenti, convogliandoli verso il sistema di scarico prima che potessero innescare processi di marcescenza.
La decisione di ricoprire il fondo con uno strato di ciottoli rotondi ha alterato in peggio questa dinamica. Tecnicamente, non si è trattato di un miglioramento, ma della creazione di un vero e proprio "filtro meccanico" di ritenzione. Il fondo, ora eccessivamente livellato e/o tirato a piano come il fondo di una vasca da bagno, ha annullato l'effetto di trascinamento del flusso d'acqua: gli interstizi tra i sassi agiscono da trappola per detriti organici, deiezioni e residui vegetali.
Questi materiali non vengono più espulsi, ma si accumulano nel substrato. In questo micro-ambiente protetto dal ricambio superficiale, ha inizio la decomposizione anaerobica. Il risultato è una produzione costante di nutrienti (azoto e fosforo) rilasciati direttamente in colonna d'acqua, fornendo il nutrimento ideale per la proliferazione algale e la putrefazione dei sedimenti che oggi osserviamo. Il laghetto non è sporco per carenza d'acqua, ma è diventato un'incubatrice per alghe a causa del fondo del suo letto.
L'incongruenza biologica: il Temolo
Un'analisi tecnica non può prescindere dalla valutazione delle specie ittiche immesse. L'introduzione di esemplari come il Temolo (Thymallus thymallus), in un ambiente con queste caratteristiche, rappresenta un'ulteriore criticità gestionale.
Il Temolo è una specie tipicamente reofila, evolutasi per abitare acque correnti, fredde e sature di ossigeno. Costringere una specie con tali esigenze biologiche a stazionare in un invaso dove il ricambio idrico è compromesso e dove il fondo è una riserva di nutrienti in decomposizione, significa condannare l'animale a uno stress ambientale cronico. L'incompatibilità tra la fisiologia della specie e le condizioni chimico-fisiche dell'invaso è evidente: l'estetica del "fondale ghiaioso" non può compensare l'assenza di un habitat funzionale.
Conclusioni
L'errore di fondo è proprio nel fondo e, in questo caso, è di natura tecnica: trattare il laghetto come una superficie su cui intervenire arbitrariamente, senza comprendere la natura idrodinamica dell'ecosistema. Se prima dell'intervento il piccolo laghetto operava in equilibrio, la soluzione più razionale non risiede nell'aggiunta di altri espedienti, ma nel ritorno allo stato ante-operam. La rimozione dei ciottoli sarebbe un intervento di ripristino funzionale, un atto di umiltà tecnica che restituirebbe al bacino la sua capacità di auto-depurazione.
Gestire l'acqua significa assecondarne il movimento, non imprigionarlo in un intervento che, paradossalmente, trasforma l'acqua corrente in una palude. Il laghetto "putrefatto" ci ricorda che, in natura, la spontaneità è quasi sempre sinonimo di salute...
Laghì Fà La Natura !!
Pubblicazione: Sabato, 25 Aprile 2026

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